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Livermore firma "Coefore Eumenidi" in scena a Siracusa tra spari e processi in nome della giustizia

2021-07-05 12:46

Francesca Brancato

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Livermore firma "Coefore Eumenidi" in scena a Siracusa tra spari e processi in nome della giustizia

Due ore e mezzo di Coefore Eumenidi per la regia di Davide Livermore, ha debuttato lo scorso sabato 3 luglio al Teatro Greco di Siracusa

Due ore e mezzo di Coefore Eumenidi per la regia di Davide Livermore, ha debuttato lo scorso sabato 3 luglio al Teatro Greco di Siracusa, aprendo la stagione teatrale delle 56° Rappresentazioni Classiche.  

L’ultima presenza di Livermore al Teatro Greco di Siracusa fu con la splendida e commovente messa in scena di Elena nel 2019, ma le possibilità del Teatro sono infinite e il regista ne dà ulteriore sfoggio, in una versione ricca ed estrema di Eschilo, del quale ritroviamo dialettica ed immagini nella scenografia e nei simboli in essa contenuti. Ma andiamo per ordine.

 

Il protagonista: Oreste

Oreste (Giuseppe Sartori) è un personaggio doppio, diviso tra giustizia e vendetta, tra colpa e responsabilità, tra il seno della madre che gli ha dato i natali e il fantasma del padre, che grida vendetta. La sua mente turbata si manifesta nei gesti e nell’interpretazione, facendo di Oreste un giovane balbettante davanti alla madre ritrovata, che egli odia e disprezza mentre, seduto sul divano, quasi rannicchiato e con le mani sulle ginocchia, passa in rassegna tutte le sue paure, i rancori e i timori. La sua presenza sulla scena dalla confusione e dal turbamento passa ad avere dei tratti definiti dopo il “PAM!”, lo sparo. Si, perché nella tragedia di Livermore non sul filo della lama, ma a colpi di pistola, si consuma la vendetta di Oreste così come il dono votivo sulla tomba di Agamennone, che dal ricciolo passa ad essere un proiettile d’oro. Così arriva l’apice tragico: l’uccisione di Clitemnestra e di Egisto, la vendetta per un delitto coniugale che un figlio, Oreste, non può accettare, al punto da commetterne uno di sangue. E, come si dice, sangue chiama sangue, al punto che la madre, Clitemnestra (una magistrale Laura Marinoni), invoca le Erinni, perché puniscano il figlio scellerato, che ha osato uccidere la carne della sua carne.  

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La scena

Turbamento e luce, come momenti diversi della follia di Oreste, sono sempre presenti nella scenografia (che porta la firma dello stesso Livermore, insieme a Lorenzo Russo Rainaldi). Le rovine della città di Micene, incolori e ricoperte da una gelida e immobile neve, sono sovrastate da uno schermo circolare e tridimensionale che si fa ora Sole ghiacciato ora infuocato, ora Terra e pianeti, ora acqua e vento, ora occhio della Giustizia divina e umana che, quasi come il Big Brother orwelliano o l’Occhio di Sauron tolkieniano, diventa il mezzo con il quale si manifesta lo spettro di Agamennone (Sax Nicosia, assistente alla regia) e, allo stesso tempo, segno dello sfacelo di una città, della quale rimane, ormai, solo una torre. Una Micene in rovina, in scala di grigi, dove il rosso e la luce si alternano nel gioco di luci disegnate da D-Wok e Antonio Castro. Al centro la nera tomba di Agamennone, sulla quale Elettra, giunta a porgere omaggio al padre, riconosce il fratello Oreste e sulla quale si svolgerà, poi, il processo contro quest’ultimo, che metterà sulla bilancia Giustizia e Vendetta. La stessa scala cromatica la troviamo anche negli splendidi costumi (disegnati da Gianluca Falaschi).

Colpiscono le numerose citazioni cinematografiche: la giovane dalla sottana rossa uccisa in scena da Egisto (Stefano Santospago), riprende in qualche modo il cappottino rosso di Schindler’s List, richiamando così anche il tema dei totalitarismi e spostando la narrazione ora al V sec. a.C. ora al Secondo Conflitto Mondiale; ritroviamo, sicuramente, il cinema muto e l’espressionismo tedesco, ma anche la commedia americana anni ’50, che qui si fa tragicomica.

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Musiche

Livermore caratterizza il coro delle Coefore con il canto lirico, con le voci di Chiara Osella, Graziana Palazzo e Silvia Piccollo. Mentre, la voce delle Erinni, una delle più antiche divinità della Grecia classica, si fanno ultra moderne, con l’ausilio del digitale, che trasforma questi esseri oscuri in veri e propri mostri vendicativi e crudeli, nel momento in cui avvolgono Oreste con le loro parole di odio e risentimento. Presenti in scena i pianoforte di Diego Mingolla e Stefania Visalli, che completano il trionfo di sonorità (con musiche firmate da Andrea Chenna) che raggiunge il suo culmine sulle note di Heroes di David Bowie, a chiusura dello spettacolo, mentre scende una coltre di neve sul teatro aretuseo e sullo schermo scorrono le immagini di tutte le tragedie italiane che chiedono ancora Giustizia: il delitto Moro, la strage di Capaci, l’assassinio di Peppino Impastato…

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Parlando di giustizia, occorre fare un passo indietro e soffermarci sul fulcro della tragedia di Livermore: il processo ad Oreste.

Entra qui in gioco la divinità. Le Erinni inseguono e tormentano Oreste, mentre questo cerca asilo ai piedi della statua di Atena e consiglio dal Dio Apollo (interpretato da Giancarlo Judica Cordiglia), dal quale proviene il suggerimento di dare giustizia alla morte del padre, Agamennone, facendola pagare sia a Clitemnestra che all’amante Egisto. Questi due, ormai, appaiono dissoluti, dediti agli svaghi più bassi e quindi ancora meno meritevoli di giustizia, sia agli occhi di Oreste che a quelli del pubblico. Così, quando entra in scena la Dea Atena (una perfetta Olivia Manescalchi) la polis, ovvero il pubblico, si erge a giudice della vicenda. Eschilo rappresenta la nascita dell’Aeropago (tribunale istituito dalla divinità, che equipara i delitti matrimoniali a quelli di sangue) organo che delibera che Oreste vada assolto, perché il suo delitto non è più grave di quello di Clitemnestra. Alla dea Atena va il voto decisivo per l’assoluzione dell'imputato, giudizio che nella messa in scena di Livermore brucia (letteralmente) la giuria popolare e trasforma le Erinni in Eumenidi.

In questo modo Livermore dà la sua interpretazione del dibattito eschileo, che verte sui binomi populismo-antipopulismo, giustizia-ingiustizia, maternità-paternità. 

La stessa cadenza viene data ai versi tradotti da Walter Lapini, che diventano un’armonia di toni alti e caustici, rabbiosi ed elegiaci, ma anche solenni e polimorfi. A chiudere questo giro di voci e di toni l’immancabile danza (firma, ormai nota del regista) di tutti gli attori, cadenzata dal suono di un carrillon e dagli applausi dello sparuto ma attento pubblico presente alla prova generale.

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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