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Un accordo per sopravvivere: in libreria il nuovo romanzo di Paolo Scardanelli

2022-12-21 14:48

Lara Dipietro

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Un accordo per sopravvivere: in libreria il nuovo romanzo di Paolo Scardanelli

La recensione dell'ultimo libro di Paolo Scardanelli

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Paolo Scardanelli (Lentini, 1962) regala ai suoi lettori un nuovo, coraggioso romanzo: L’accordo. I vivi e i morti (Carbonio, 2022), che scopriamo essere il secondo volume di una tetralogia iniziata con L’accordo. Era l’estate del 1979, con cui aveva esordito nel 2020, sempre per i tipi di Carbonio editore. È lo stesso protagonista, Paolo, ad anticiparlo nella parte finale del libro, ricordando l’ultimo incontro con il grande amore della sua vita, morto anni prima e rievocato per mezzo della scrittura:

 

«… hai sorriso mentre ti parlavo del mio progetto, tetralogia e titolo, L’accordo; ma come, sai che saranno quattro volumi e hai il titolo ma non hai ancora scritto una riga! Tipico di te, Paolo, del tuo idealismo. Già, penseresti mai che sono a metà del progetto e che tu ne sei una parte importante?».

Del resto, che ci fosse un disegno ambizioso dietro l’opera dell’autore era intuibile sin dall’inizio, sin dall’incipit di quel suo primo romanzo («Talvolta vorrei poter riconnettere le mie memorie come se avessero un senso. Come se il significato del passato in una qualche misura entrasse nel presente catalizzandone le frazioni di senso perdute in un vuoto apparentemente eterno»), in cui già spirava l’anelito del protagonista a riprendersi tutto attraverso lo scavo nella propria memoria. Anelito che torna in questo secondo volume, forse con maggior afflato del primo, se riesce addirittura a sfaldare il confine tra i vivi e i morti, assolvendo gli uni di essere sopravvissuti agli altri.

 

Da un dialogo tra i vivi e i morti prende infatti avvio la vicenda, che dopo una brevissima incursione nella realtà – durante una cena in prossimità del Natale, Paolo scopre che il suo amico Andrea si è suicidato – si riversa immediatamente nell’unico spazio in cui può svilupparsi: la mente di Paolo. Qui comincia il tête-à-tête tra colui che ce l’ha fatta e colui che, incapace di accordarsi col mondo, ha preferito tagliarsene fuori collegando un tubo di scappamento al finestrino dell’auto. Ma Andrea è solo il primo a “ritornare”: il suo ricordo richiama infatti quello − più doloroso – di Francesca, la donna che Paolo ha amato alla follia durante gli anni universitari.

Se lo spazio d’azione è la mente di un uomo (di uno scrittore, per giunta) non ci si può certo aspettare una narrazione distesa e lineare: gli uomini e le donne che i due “spettri” richiamano alla luce sbrindellano infatti il racconto, ne moltiplicano gli spazi (Milano, Catania, la Svizzera, la Grecia) e le persone verbali (alla prima, si alternano la terza e la seconda), come se ogni esistenza reclamasse una nuova prospettiva da cui osservarsi ed essere osservata. Lo stesso vale per gli anni – i settanta, gli ottanta, i novanta – che tornano per associazioni, frizioni, fratture dell’anima. La storia procede dunque per sbalzi spaziali, temporali, memoriali, ma a poco a poco si addensa, specie nella terza parte, “Infinity”, dedicata al viaggio di Paolo e Francesca (Dante, sì, c’è spazio anche per lui) in Grecia durante l’estate del 1984. Un viaggio fisico e metafisico insieme, in cui un Paolo universitario fa esperienza dell’amore assoluto e prova a trovare risposte al suo assillante bisogno di completezza, lì dove è iniziata la nostra storia di uomini mortali che aspirano all’immortale.

 

Tentare di riassumere la vicenda in questo poco spazio sarebbe inutile quanto mortificante per un romanzo in cui al di là degli eventi narrati – che pure sono capaci di catalizzare l’attenzione del lettore – a brillare è altro: lo scavo nel dolore che non vuole passare; l’indagine intima e universale insieme per trovare un senso alla vita, un modo per perpetuarla oltre la morte. Un’indagine, questa, che fa tutt’uno con lo stile magmatico, immaginifico, coltissimo, di cui Scardanelli ha già dato prova di essere maestro e che gli permette di trattare i temi cari alla sua scrittura – penso soprattutto al disaccordo tra reale e ideale; ma anche alla tensione del finito all’infinito; all’amore come unico rimedio al dolore, che pure è condizione innata e ineludibile della natura umana; al bisogno disperato di durare e alla scrittura come unico mezzo per riuscirci – senza mai perdere di vista l’antico anelito a riprendersi tutto: la memoria, il tempo, il diritto di sopravvivere accettando l’odiato accordo con la realtà:

 

«Io ce l’ho fatta, sono passato oltre, ma a che prezzo? Perdere quella memoria, che ora ritrovo, è come privarsi dell’aria costitutiva, quella che dentro il mio casco di sopravvissuto mi consente di procedere oltre in questa terra desolata, senza eroi né miti…».

 

 

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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