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Sciàtu, la lampada che si accende con un soffio e che porta direttamente in Sicilia. Ce ne parla il designer

2020-09-28 14:19

Emilia Rossitto

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Sciàtu, la lampada che si accende con un soffio e che porta direttamente in Sicilia. Ce ne parla il designer Belluccia

Direttamente dalla terra, una lampada che si accende con un soffio e che racchiude in sé tutta l'essenza della Sicilia.

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Il ventinovenne di Gela, Renato Belluccia è l’ideatore di “Sciàtu”, la lampada scultura che si accende con un soffio, realizzata interamente a mano con le “carcasse” dei fichi d'india. Con questo termine dal dialetto sciàtu, letteralmente “fiato”, il giovane designer intende ricordare l’intercalare che viene solitamente utilizzato dai siciliani per rivolgersi ai bambini o ai propri cari. “Sciàtu” in questa ottica si configura come qualcosa che è molto più di un semplice oggetto, un vero e proprio ponte che ti scaraventa in Sicilia, terra che Belluccia intende omaggiare e valorizzare. La lampada è un vero e proprio unicum di artigianato, realizzata con materiali totalmente biologici. L’infusione di colori si rivela capace di donare alla pala di fico una nuova vita. Ecco che “Sciàtu” diventa così sinonimo di rigenerazione e rinascita.

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“Sciàtu” rappresenta una delle tue più intuitive e visionarie creazioni. Come nasce il processo creativo e di realizzazione?

Ogni componente è lavorato artigianalmente all’insegna del marchio “Born in Sicily” e “Born in Italy”. Nel percorso avviato per la realizzazione della lampada che è diventato un vero e proprio progetto ho fatto sì che, negli ultimi 3 anni, ogni singola componente fosse riconducibile alla Sicilia. Persino l’azienda che ha progettato il chip di accensione, la Microtech, è di Gela. La base in acciaio, invece, è affidata ad un’impresa che si occupa di effettuare riparazioni a bordo delle navi petrolifere.

 

La Sicilia è una terra piena di opportunità ma anche un terreno spesso difficile sul quale lavorare. Tu come vivi il rapporto con l’Isola?

La Sicilia, dal mio punto di vista, è senz’altro animata da capacità, desiderio e voglia di riscatto, e la volontà di fare bene. È bello pensare che la mia generazione abbia una forte e rinnovata brama nel fare molto di più rispetto a quanto abbiano fatto le passate generazioni. Bisogna sapersi ripetere che “si può fare” e che “si deve fare”. 

 

Quanto c’è della Sicilia in “Sciàtu”?

“Sciàtu” è la Sicilia. Alla presentazione della lampada sono solito allegare una sorta di “passaporto”, come fosse una porta d’ingresso sulla Sicilia e su Gela, che si costituisce di una foto e cinque frasi che raccontano le peculiarità del territorio. Della pianta è possibile raccogliere solo il “guscio” quando è secca. Più volte ho provato ad essiccare personalmente il Ficodindia ma è un tipo di vegetale pieno di vita, una pianta coriacea, forte, che si adatta e mette facilmente radici. È proprio nel mese di settembre che inizio a girovagare in cerca dell’arbusto ormai secco e privo di vita. Questa però ormai per me rappresenta anche un’azione simbolica, quasi un modo per donare al Ficodindia una seconda vita.

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Qual è stato il percorso che ti ha portato a diventare designer?

Nella mia passata formazione, di certo, un ruolo centrale lo ha avuto l’Istituto d’arte di Comiso. Si tratta di una delle scuole superiori più antiche del territorio che si pregia di aver formato illustri maestri d’arte dove, allo stesso tempo, si è sempre respirata modernità. Hanno solcato quei corridoi grandi artisti della tradizione degli scalpellini e del legno. Personalmente, ho avuto modo di acquisire solide basi e tecniche artigianali. Concluso quel percorso, ho intrapreso gli studi all’Istituto Europeo del Design di Torino. Sin dal mio terzo anno di studi trovai occupazione ma ad un certo punto mi si prospettò la possibilità di lavorare in Sicilia rilevando l’azienda di arredo commerciale dei miei genitori attiva sul territorio da ben quarant’anni.

 

Quanto fu difficile prendere la decisione di rilevare l’azienda di famiglia?

Beh, non è stata una decisione semplice. Si trattava di ricominciare tutto da capo. Ci impiegai sei mesi a prendere una decisione ma alla fine decisi di mollare tutto per ricominciare a Gela dove gestisco un mio studio privato e ho rivoluzionato l’azienda di famiglia creando una particolare selezione di materiali e stile a prezzi che siano comunque competitivi sul mercato. Sono tornato in Sicilia da cinque anni e devo ammettere che i primi due sono stati una vera sfida: mi sono scontrato con delle divergenze culturali non indifferenti. Per non parlare delle percezione che spesso avevano i clienti del mio lavoro. Si è trattato di dovermi reinventare, adattandomi ad un nuovo contesto e cercando, allo stesso tempo, di sfatare lo stereotipo, spesso tutto siciliano, secondo il quale fino a quarant’anni d’età sei ancora un “caruso”, un ragazzino insomma. Eppure, in ambito lavorativo siamo professionali seppur giovani e, nel mio piccolo, mi batto affinché non passi il concetto che i giovani, in quanto tali, siano solo manovalanza da sfruttare a proprio vantaggio e piacimento o tantomeno una scusa per sottopagare il giovane dipendente. Io ho 29 anni ma posso dire di aver raggiunto un alto profilo professionale grazie a molto studio, al continuo desiderio di approfondire sperimentazione e ricerca. Una curiosità insita nel mio carattere che mi ha permesso diverse pubblicazioni nel mio settore. I giovani professionisti dunque esistono e vanno rispettati in quanto tali. 

 

Premiare i giovani professionisti è una scelta che si manifesta anche nella gestione dell’impresa che gestisci?

Certo. Nell’azienda di famiglia, la Kaiman Arredi, abbiamo di recente assunto un giovane laureato in Design del prodotto che si occupava di modellazione 3D per videogiochi e che adesso, come me, è tornato a vivere a Gela. La Sicilia può essere considerata il luogo ideale in cui poter vivere; la qualità della vita è ottima così come il clima che contraddistingue l’Isola. Ciò che davvero manca è la cultura del lavoro e del voler fare bene. Forse tocca proprio alla mia generazione dimostrare che anche in Sicilia è possibile vivere delle proprie competenze e della propria professionalità.

“Sciàtu” però non è solo una semplice lampada...

Creare una lampada dal Ficodindia ha senza dubbio un forte valore simbolico. L’intento è anche quello di sottolineare che laddove la natura ha concluso un suo ciclo di vita noi possiamo in qualche modo diventare i fautori di un possibile secondo ciclo attraverso il recupero del materiale a disposizione come può essere, in questo caso specifico, l’involucro ormai essiccato della pianta. In quest’ottica tutto ciò di cui mi avvalgo per assemblare il prodotto finito è totalmente biodegradabile, questo significa che se volessimo pensare allo smaltimento della lampada basterebbe rimuovere le parti elettriche, che hanno la dimensione di una carta di credito, e la base in cemento. Ciò che rimane è un manufatto che non procura inquinamento ambientale ma anzi, si tratta pur sempre di una carcassa che a contatto con la terra si decompone nell’arco di cinque o sei mesi secondo il proprio ciclo naturale. I colori che utilizzo sono bio e spesso adopero anche la colla di pesce che per intenderci è la stessa che viene utilizzata anche in cucina. Credo che in quanto progettisti il nostro compito sia anche quello di chiederci che fine faranno i materiali di cui è composto un oggetto d’arredo: un compito dal quale non possiamo di certo esimerci. Bisogna pensare al futuro e oggi dobbiamo essere in grado di consigliare al cliente responsabilmente, sin dall’acquisto di un piccolo prodotto come può essere una lampada.

 

Com’è cambiata “Sciàtu” negli anni?

Ciò che finora ho sempre migliorato è la tecnologia che ogni anno cerco di rendere al passo con i tempi. Dietro alla realizzazione della lampada c’è minimo un mese di lavoro, per questo si possono considerare tutti pezzi unici. Potrei definire questo tipo di lavoro come una sperimentazione perpetua. Grazie ad una tecnologia sempre più avanzata il prodotto, reso sempre più appetibile, diventa una vera e propria finestra sul territorio. È capitato che attraverso un acquisto avvenuto nel Sud Corea grazie alla carta di identità del prodotto che sono solito allegare l’acquirente si sia incuriosito a tal punto da decidere di fare un viaggio in Sicilia. Si può quindi conoscere la lampada per arrivare al territorio e viceversa, credo sia un modo per ridare dignità alla città di Gela. La provincia è stata isolata, negli ultimi anni, dal punto di vista turistico anche per via delle vicende legate alla mafia che l’hanno coinvolta. Probabilmente, una persona da sola non può fare la differenza ma è proprio dai piccoli passi che parte il cambiamento. La mia strada di professionista del design continua attraverso la ricerca di materiali ecosostenibili. Sto cercando di ampliare l’uso della pianta del Ficodindia per impiegarlo alla progettazione di interni. 

 

Alla tua generazione cosa consiglieresti?

Ai miei coetanei vorrei trasmettere il messaggio che anche le cose belle sono possibili e che anche nella nostra terra, la Sicilia, si può scommettere, vivere e riuscire a lavorare superando le difficoltà. Un esempio di resilienza è senz’altro quello trasmesso dai miei genitori, che hanno saputo superare anche incendi dolosi senza gettare la spugna o abbandonare la propria città. Io riparto ogni giorno da qui. 

 

 

 

©riproduzione riservata

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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