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Elena di G. Ritsos, tradotta da Nello Amato nella poesia neogreca

2022-01-26 11:58

Mario Blancato

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Elena di G. Ritsos, tradotta da Nello Amato nella poesia neogreca

Ricordare Nello Amato è per me motivo di grande turbamento e allo stesso tempo di grande amarezza sia per le qualità dello studioso, amante della lett

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Ricordare Nello Amato è per me motivo di grande turbamento e allo stesso tempo di grande amarezza sia per le qualità dello studioso, amante della letteratura greca, antica e moderna, sia per i rapporti di amicizia, vissuti insieme per 32 anni consecutivi, lui Corso A, io Corso C, insegnanti entrambi delle stesse discipline ed entrambi appassionati della grande sapienza, soprattutto teatrale, degli nostri antichi progenitori. Le discussioni, i confronti, le ricerche ci hanno messo in contatto per migliaia di giorni, con grande giovamento anche per le nostre classi scolastiche. Saperlo non più con noi, è di una tristezza infinita ed è una perdita, dolorosa e pesante per la città di Siracusa, perché ha perso una mente brillante, ma soprattutto un gentiluomo, un educatore di eccezionale valore.

Ma andiamo al tema.

Nella nostra città Nello Amato è ricordato come professore per eccellenza di letteratura greca antica. I suoi 4 volumi “Dall’Olympieon al fiume Assinaro” (l’assedio degli ateniesi alla città di Siracusa, guidata da Alcibiade anno 415-413 a.C.) hanno segnato in campo storiografico un punto fermo nella ricostruzione di quell’avventura, forsennata, che poi portò al decadimento della compagine della Lega Delio-attica e quindi di Atene (404 a.C.).

Le sue ricostruzioni e adattamenti al teatro vanno nella stessa direzione, in compagnia di Maria Pia Reale e di altri colleghi (Rosa Peluso, Maria Luisa Consiglio, Paolo Madella) per le rappresentazioni classiche di Palazzolo.

Io invece voglio parlare di Nello come studioso e affermato traduttore ed interprete della letteratura non classica, della letteratura neogreca, di cui è diventato specialista e oratore ufficiale in tante occasioni, in tante città, in tanti seminari di tante diverse Università. Sono arci-sicuro che la maggior parte dei siracusani non conosce questo aspetto fondamentale della vita, dell’impegno e della passione che ha messo in questo settore. Amato è stato, infatti, uno dei più grandi e importanti conoscitori dell’opus magnum et infinitum di Ghiannis Ritsos, acclamato poeta del Novecento, che ha passato la sua vita in prigione tra il governo del fascista di Yoannis Metaxàs del 1936 (le sue opere furono bruciate simbolicamente ai piedi del Partenone), e il periodo della Guerra civile (1945-1949) a Leros, poi ancora sotto il governo totalitario di Papadopoulos negli anni 1967-1974, insieme con tanti altri valorosi aderenti alla resistenza e centinaia di altri uomini di orientamento di sinistra. Per inciso ricordo, che quasi tutta la generazione del primo Novecento greco aderì in maniera attiva alle formazioni politiche di ispirazione marxista o comunque di sinistra. Già in vita (è morto nel 1990) è stato considerato come "the greatest poet of the greek left”; ma Luis Aragon e Pablo Neruda dicevano apertamente che egli era “the greatest poet of our age”.

Lui stesso, nella lettera a Joliot-Curie, affermava con malinconia: «Le nostre uniche pergamene (sono racchiuse) in tre parole: Makrònissos, Gyaros (Samos), Leros» che sono le isole, quasi deserte dell’Egeo, in cui rimase confinato per 15 anni complessivi. 

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Ritsos è un pozzo senza fondo, come quello di S. Patrizio in Irlanda. Ha cominciato con il grandioso affresco di Epitaphios (1936), influenzato dal crepuscolarismo di K. Karyotakis, poi musicato e diventato l’inno ufficiale del KKE (Sigla del Partito Comunista greco): è il lamento funebre, con i segni del rito ortodosso, di una donna del popolo che vede il proprio figlio massacrato durante uno sciopero dalla milizia fascista del dittatore Metaxas. Alla fine (1972) si è soffermato su singoli monologhi drammatici, nei quali figurano alcuni poemetti ispirati a personaggi mitici assunti a prototipo dell'umanità sofferente ("Filottete", "Oreste", "Elena", "Crisotemi", compresi insieme con altri nel vol. "Quarta dimensione").

Ritsos, superata la fase simbolista del primo periodo, cominciò subito a farsi cantore delle sofferenze del popolo greco, della sua estrema povertà, delle battaglie civili e sociali della Grecia, dopo il fallimento della grande crisi microasiatica (la megàli katasrophì, un milione e mezzo di Greci delle coste anatoliche massacrati dall’esercito turco nel 1922, dopo la dittatura di Metaxas nel 1936-41, quella di Alèxandros Pàpagos negli anni ’50, una terribile guerra civile, con conseguenze devastanti per gli anni successivi). Ha lottato sempre contro l’arroganza della parte più retriva della società greca (la monarchia, gli armatori e i proprietari terrieri), dando luogo a una poesia civile caratterizzata da nobilissimi ideali e ad un ripensamento e collegamento con il mondo mitico della tradizione classica. 

Gli anni 1959-1970 rappresentano uno hiatus, uno stacco, un periodo di approfondimento, quando rivisita con gli occhi della contemporaneità l’antica struttura della drammaturgia classica. Essa nasce da una profonda disillusione e disperazione interna. I suoi personaggi, anche se minori (Ismene, Crisotemi, Fedra, Elettra, Oreste, Elena), non sentono più il bisogno di confrontarsi con nessuno. L’antico dialogos, che era partito “da quelli che intonavano il dithyrambos", secondo Aristotele, e che aveva dato luogo alla tragedia, diventa ora solo monologos, monologo di morte, il personaggio parla solo di sé, dialoga solo con la propria razionalità, monologo asfissiante senza contradittorio.

Bene. Ecco, l’attenzione di Nello si è rivolta soprattutto a tradurre questi monologhi di personaggi mitici, con la stessa passione con cui i personaggi mitici, soprattutto teatrali, erano stati comparati. In sostanza si è trattato di una comparazione, molto suggestiva, tra allora, quando nacquero come forma mitica, e oggi, come si sarebbero comportati nella modernità, approfondendo o modificando la psicologia dei personaggi, curando particolari, che poi diventano fondamenti di valori moderni (la bellezza che diventa vanità, il coraggio, che diventa follia), trascrivendo e completando il mito, infondendo in esso una nuova dimensione.  Tra i molti che Nello ha tradotto (Crisotemi, Aiace, Elena e Fedra) mi soffermerò su Elena.  

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Chi è Elena in Omero? La letteratura su Elena di Troia è sterminata. Lascio perdere le tante Elene dell’Antichità: Elena di Omero (sorella di Clitemnestra, figlia di Tindaro e di Leda, bellissima, offerta a Paride, da Afrodite per la sua conturbante bellezza, causa della guerra contro Troia e rovina dei Greci); Elena di Stesicoro, che non sarebbe mai salita sulle navi di Paride per fuggire a Troia, sarebbe, invece, rimasta in Egitto sempre devota e fedele al marito Menelao; Elena di Gorgia, il retore di Leontinoi, che la magnificava e la lodava per la sua bellezza, ma anche per la sua innocenza. La colpa della guerra era degli dèi, Elena era stata uno strumento docile, anzi essa - ribadisce Isocrate, ne L’encomio di Elena - deve essere lodata; Elena di Euripide, che non solo si sarebbe fermata ad aspettare il marito in Egitto, ma al suo posto, insieme con Paride, sarebbe andato un eidolon, un’illusione, un’immagine. Fermiamoci all'Elena omerica.

Elena, che pur nei poemi omerici, ha un posto relativamente elevato, compare nell’Iliade solo due volte: quando assiste dall’alto delle torri di Troia al duello dei suoi spasimanti Menelao-Paride; e quando piange addolorata la morte del cognato Ettore, straziato da Achille. Eppure, Omero la dipinge come la causa della guerra tra Micenei e Greci, come una donna sedotta dai doni, dalla bellezza di Paride, dalla sua stessa lascivia, incantata dalle ricchezze e dal lusso di Troia. Anche Ecuba ne Le Troiane muove ad Elena le stesse identiche accuse: «È stata la tua lussuria a sedurre mio figlio Paride» (vv.987-988)

Mentre osserva il marito che combatte contro Paride, i vecchi troiani, la guardano «maestosa, che si dirige alle torri» e sussurrano: «Per una donna simile i troiani ed i greci soffrono a lungo dolori; Ma è terribilmente bella, somiglia alle dee immortali ……...ma vada via perché è un danno per noi e per loro stessi!». Priamo la vede, ne intuisce le ragioni e la chiama «Vieni qua, figlia mia, tu non sei colpevole, ma i colpevoli sono gli dei!». La chiama affettuosamente "figlia mia". Nell’Odissea Telemaco, quando cerca notizie sul padre, va a trovare Elena a Sparta: ma Elena è ormai una svampita, ha smarrito la visione del presente e vive solo nel suo passato con incontenibile tristezza.

L’Elena di Ritsos è l’ultimo su 14 poemetti del ciclo di Quarta dimensione, scritto nella prigione di Karlòvasi (Samo) -1970. La dèa contesa, la donna più seducente del mondo, è ormai una vecchia imbruttita, abbandonata, amareggiata, disillusa, vive solo riguardando il suo passato, derubata e presa in giro dalle sue domestiche, ha dimenticato anche il nome di tutti i suoi amanti. Gli altri nomi (Paride, Troia, Sparta hanno solo una valenza semantica, non dicono nulla, flatus vocis: «Forse qualcuno una sera mi ha raccontato gli eventi della mia vita», dice guardando nel vuoto. Eppure ci sono momenti che lei ricorda benissimo, quando pensa alla sua bellezza divina e l’ammirazione, l’eccitazione che provocava nei vecchi troiani:

 

«salii sola

sulle alte mura e passeggiai, sola, veramente sola,

in mezzo a Troiani e Achei, sentendo incollarmi addosso

i pepli leggeri, frugarmi i seni, sorreggere il mio corpo intero

vestito e nudo, solo con una larga, argentea cintura

che mi reggeva in alto i seni;

                        così bella, intatta, esaminata

nel momento in cui i miei due rivali duellavano e si decideva il destino

della lunga guerra».

 

Alla fine, Elena, ormai ingobbita, vecchissima, piega il capo all’indietro e spira. “All’obitorio!” - dice l’ufficiale giudiziario al conducente. L’auto si allontana. Silenzio assoluto. Improvvisamente appare una luce tranquilla, ingannevole. Finisce così il lungo monologo.

Ecco, Nello ha tradotto con passione, competenza tecnica, consapevole della duplicità del nuovo linguaggio nella sua forma demotikì, con la professionale lucidità filologica e umana, che caratterizza un personaggio complicato come Ritsos e la sua creatura, Elena. Le parole sono scelte con cura; il monologo, lungo e tenebroso, è reso scorrevole dal linguaggio quasi quotidiano usato dallo scrittore, volto dal traduttore in modo chiaro, efficace e assolutamente aderente. Ma il simbolo di Elena nella modernità è stato utilizzato anche da altri scrittori. Per esempio Nello ha tradotto molte altre Elene, presenti nella poesia della letteratura neogreca.

Ho già pubblicato su Elena di Aristotelis Nikolaides, quella di Giorgos Seferis, quella di di Odisseas Elytis e diquella di Takis Sinòpoulos. Brevemente ne accenno. Elena di Nikolaidis (I orèa Helèni) 1960, è una ragazza, che fa la prostituta, dea dell’amore in ogni suo aspetto. Nello Amato prova a darne l’interpretazione riportata da Simon Mago, attraverso una sua rinascita. O forse è semplicemente una pura coincidenza. Elena di Seferis, premio Nobel 1963, dal Giornale di Bordo III, la poesia, pubblicata la prima volta in Nea Estia 1955, ritrae Elena secondo l’antica Palinodia di Stesicoro e ripresa da Euripide, nella sua omonima tragedia. Elena, attorniata dalla superba natura dell’isola di Cipro, ricorda le morti e le distruzioni di interi eserciti, le inutili stragi che sono state perpetrate, combattendo per un fantasma, per quell’Eidolon, per un’illusione, rivelatasi inconsistente e fragilissima. In effetti Seferis, attraverso il personaggio di Elena, pensa al mondo moderno che stava ripetendo la vecchia e antica illusione delle grandi stragi della I guerra mondiale e della Katastrophì micrasiatica:

 

«tanti corpi gittati

nelle fauci del mare, nelle fauci

della terra, e le anime

consegnate alle mole, come grano.

I fiumi si gonfiavano, tra la melma, di sangue

per un fluttuare di lino, una nuvola

per uno scarto di farfalla, una piuma di cigno,

per una spoglia vuota, per un’Elena».

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Elena in Seferis è il simbolo di una storia tragica perché ingannevole; che è non verità ma apparenza, in nome della quale gli uomini credono di fare giustizia e storia. Sembra un pretesto, una semplice immersione nella bellezza di una donna e di un mito, una divagazione bella e affascinante, ma non è così, perché Elena è il simbolo della bellezza e dell’inganno, che eternamente fluttua, reale e tangibile, come una piuma di cigno, nell’universo dei poeti greci.

Elena di Elytis, Premio Nobel 1979, Heléni 1940, in piena dimensione surrealista, è il tentativo di ritrovare il vero volto della Grecia contro il razionalismo occidentale. Il poeta, lontano dall’utilizzare il mito classico della bella Elena, ricorre allo stratagemma di personificare la materialità del mito rappresentandola come l’estate nella sua raggiante e luminosa bellezza dell’Egeo, di cui non è semplice spettatore ma lettore privilegiato. Elena coincide con la luminosità e l’energia vitale dell’estate, esplosione di vita e espansione di sentimenti, che però è sempre insidiata dal sopraggiungere dell’autunno. La prima volta che una goccia cade, scompare quella fusione tra mito, storia natura, esplosioni di colori, che l’estate ha generato.

Elena di Sinòpoulos, grande poeta d’amore e di guerra, è un poemetto del 1957, in cui Elena è raffigurata come simbolo di tenerezza e di morte, è un’allucinazione, una visione onirica, un lampo, che permette all’immagine di rimanere fissata alla retina per un momento, per poi svanire lasciandoci abbagliati. In quell’attimo essa è un’entità esistente, il cui possesso è però incerto e precario, perché subito dilegua, inafferrabile. Viene descritta in mille modi, differenti fra loro, in perfetta simbiosi con la storia ed il destino tragico della sua terra, calpestata e avvilita. La sua visione esistenzialista evoca con i nomi dell’antichità classica, le moderne tematiche dell’omologazione e dell’alienazione.

La letteratura moderna neo greca è, purtroppo, poco presente in Italia, è poco conosciuta. Invece essa merita di essere letta e metabolizzata, perché ha molto da dire, da insegnarci, con cui è necessario confrontarci. Nello Amato lo aveva capito, prima di noi tutti, ed in questa direzione ha creato e gettato dei semi, che spero, daranno i loro frutti.

 

 

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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