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Cuori intatti: quando la voglia di vivere ha la meglio sulla malattia

2017-02-09 09:18

Redazione

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Cuori intatti: quando la voglia di vivere ha la meglio sulla malattia

NEWS Era il 2004 e mi trovavo, tra tanti giovani studenti, nell’auditorium del Monastero dei Bened

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Era il 2004 e mi trovavo, tra tanti giovani studenti, nell’auditorium del Monastero dei Benedettini a Catania per la premiazione e la lectio magistralis di importanti giornalisti premiati in ricordo di Maria Grazia Cutuli, reporter uccisa in Afghanistan nel 2001. Davanti alla sottoscritta, una giovane con un po’ di faccia tosta e tanti sogni, un uomo con una massa di capelli bianchi e occhi azzurri. Tra i premiati, inaspettatamente, c’era anche lui, Fabrizio Villa, fotogiornalista che mi ha subito colpito per i suoi scatti: testimonianze di eventi legati a disagio sociale, immigrazione e guerre con storie d’attualità, fenomeni naturali, ritratti di protagonisti del nostro tempo. L’ho conosciuto così. Poi ho scoperto che le sue immagini e servizi sono pubblicati da giornali italiani e internazionali, tra i quali il Corriere della Sera, La Stampa, Panorama, Famiglia Cristiana, Gente, Oggi, Vanity Fair, Der Spiegel, oltre a fotografare per conto delle agenzie internazionali quali l’Associated Press, l’Agency France Presse e l’italiana Contrasto.Nonostante gli importanti riconoscimenti, Villa è rimasto sempre con i piedi per terra, un giramondo legato alla sua Sicilia, sempre disponibile e con una sensibilità spiccata. Lo ha dimostrato anche stavolta, nella mostra “Cuori intatti”, visitabile al Museo diocesano di Catania fino al 12 febbraio, in concomitanza con i festeggiamenti per Sant’Agata, protettrice della salute del seno. Diciotto ritratti che raccontano la forza della vita dopo le ferite della malattia. Sedici donne e due uomini (perché il tumore al seno può colpire anche loro), che si sono messi a nudo davanti all'obbiettivo e dai cui sguardi emerge sofferenza, ma anche coraggio, energia e serenità. I segni di chi ha fatto i conti con la vita e continua a lottare.

Caro Fabrizio, com’è nata l’idea di questa mostra?

Il progetto fotografico è nato da un'idea di Francesca Catalano, direttore dell'Unità Operativa Complessa Multidisciplinare di Senologia dell'Ospedale Cannizzaro e presidente del comitato Andos (Associazione Nazionale Donne Operate al Seno) di Catania, associazione diffusa su tutto il territorio nazionale, accompagnando e aiutando i malati nel processo di recupero fisico, psicologico e sociale. Sono stato subito disposto a fare una mostra sul tumore al seno. Le mie immagini sarebbero servite a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla prevenzione. La fotografia è potente quando vuole trasmettere qualcosa.

Cosa hai imparato da questa esperienza?

Innanzitutto devo ammettere che del cancro al seno non sapevo molto. Un problema da donne, pensavo, ma mi sbagliavo. Con sorpresa sono arrivati anche uomini. Non me l’aspettavo, non lo sapevo.

Come si sono presentati a te?

Sembravano guerrieri, ma sono persone normali: casalinghe, professionisti, pensionati, mamme. Donne e uomini pronti a metterci la faccia per mostrare che il cancro ha preteso da loro molto, ma non ha cancellato la loro identità, anche se il corpo porta su di sè le ferite di una lotta. C'e chi si è presentata con il marito, chi con il figlio neonato, chi si è fatto ritrarre stringendo tra le mani il rosario; c'e chi ha mostrato i muscoli e chi ha voluto sfidare con spavalderia e orgoglio l'occhio della macchina fotografica, quasi a rivendicare una bellezza rimasta intatta nonostante le cicatrici.

Cosa ti ha colpito di loro?

A colpirmi non sono state le ferite, quelle sono solo un segno esteriore, facile da fotografare. Sono state invece le cicatrici dell’anima che scoprivo osservando e ascoltando. Eppure scavando nei loro occhi veniva fuori anche qualcos’altro: coraggio, energia, serenità, dolcezza. Segni di chi ha fatto i conti con la vita.

Non deve essere stato semplice, nonostante le tue numerose esperienze a contatto col dolore…

No, non è stato facile trovarmi davanti tante persone con quelle cicatrici che mi suggerivano dolore e sofferenza. Le ho fotografate una per una, dedicando loro un ritratto e il mio tempo. Il tempo giusto per capire qualcosa di loro. Alla fine tutti mi hanno ringraziato, ma sono io a dire grazie a loro per avermi insegnato la forza della vita.

Alessandra Leone

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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