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PALERMO DURANTE L’ISOLAMENTO DA COVID-19 NEGLI SCATTI DI FRANCESCO FARACI: L’INTERVISTA

2020-07-01 16:26

Francesca Brancato

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PALERMO DURANTE L’ISOLAMENTO DA COVID-19 NEGLI SCATTI DI FRANCESCO FARACI: L’INTERVISTA

Con Francesco Faraci abbiamo parlato di un progetto fotografico, che racconta questi primi mesi del 2020 e l’isolamento nella sua città natale: Palermo.

Francesco Faraci nasce a Palermo, in Sicilia, nel 1983. Dopo studi in Sociologia e antropologia scopre la fotografia come principale mezzo di espressione e inizia a girare la Sicilia, in lungo e in largo, alla ricerca di storie da raccontare. Ha pubblicato con testate come “The Guardian”, “Time Magazine”, “The Globe and Mail”, “La Repubblica”, “L’Espresso”, “Le Monde”, “Libération”, VICE. Dopo tre anni di lavoro, nel 2016 esce il suo primo libro “Malacarne-Kids come first”, a cura di Benedetta Donato, edito da Crowdbooks. Nel libro, un viaggio di tre anni dentro le estreme periferie delle città viste attraverso i bambini. Grazie a questo progetto riceve il secondo premio nella sezione libri fotografici al PX3 di Parigi e al MIFA di Mosca. Nel 2017 pubblica il suo primo romanzo “Nella pelle sbagliata” edito da Leima Edizioni e tiene workshop in giro per l’Italia, collaborando con diverse realtà. Nel 2019 parte in tour con Jovanotti e documentando il suo “Jova Beach Tour”, scatti che confluiranno in un libro sul viaggio in Italia, a partire dai concerti, dal titolo “Jova Beach Party: Cronache da una nuova era” pubblicato da Rizzoli. Nel 2020 esce nelle librerie il suo progetto “Atlante Umano Siciliano” edito da EMUSE.

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Con Francesco abbiamo parlato di un altro suo progetto fotografico, più recente, che racconta questi primi mesi del 2020 e l’isolamento nella sua città natale: Palermo.

 

Come ha avuto inizio il tuo approccio alla fotografia?

 

Il mio approccio alla fotografia è avvenuto in maniera del tutto casuale. Il mio sogno nella vita era essere uno scrittore. Diventare un fotografo non era nei miei piani, ma è evidente che il destino abbia deciso per me. Un giorno un amico mise fra le mie mani una macchina fotografica, per gioco. Con quella, senza sapere bene come usarla perché fino ad allora non avevo mai scattato una fotografia, iniziai a camminare. Più camminavo più quello che vedevo, la mia città, mi sembrava di viverlo come se fosse la prima volta. Attraverso il mirino della macchina fotografica si aprì davanti a me un nuovo mondo. Fare delle fotografie, a caso all'inizio, poi sempre più in maniera strutturata, è stata una conseguenza di questo mio andare, che dura ancora oggi. Capii, in buona sostanza, che si potevano dire delle cose. Si è scoperchiato un vaso che avevo dentro e che ad un certo punto è esploso. 

Solitamente come lavori ai tuoi scatti e quali sono i tuoi soggetti prediletti?

 

Non lavoro molto i miei scatti. Non sono bravo con la post-produzione. Mi piace che la fotografia venga bene già in macchina, mi affido alla luce e all'istinto. Le mie fotografie sono il frutto dell'incontro con l'altro, la mia scusa per essere nel mondo. Non ho dei soggetti prediletti, così come non ho ricette o piani b. Mi lascio sorprendere dalla vita e dalle cose che succedono, dagli attimi. Sono molto curioso e guardo tutto, non mi piace quando esco sapere cosa troverò e per fortuna non succede mai. Lascio che le cose accadano. 

 

Da quando ha avuto inizio il lockdown in Sicilia, com’è è cambiato il tuo lavoro?

 

In questo lockdown il mio lavoro è cambiato, nel senso che si è asciugato. Le fotografie che sto scattando in questo periodo escludono in qualche modo il superfluo e vanno dritte al punto più di prima. Un occhio diverso, un doversi in qualche modo adattare alla situazione che stiamo vivendo. Mantengo una certa distanza, cosa che per me è nuova, ma mi sembra anche di vedere le cose meglio, sotto un nuovo punto di vista, che è quello del silenzio delle strade e delle piazze che mi sforzo di riempire di un senso. Porgo loro delle domande, cerco di capire cosa si muove in mezzo. 

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In questi giorni di quarantena hai realizzato e stai realizzando una sorta di reportage della situazione nella tua città (Palermo). Vuoi parlarcene?

 

Il lavoro che sto portando avanti non è un vero e proprio reportage, quindi non nel senso stretto del termine. Mi piace pensare, perché lo sento dentro, che sia la mia forma di reagire a quello che succede. Abbiamo tutti quanti subìto una specie di shock. Tutto quello che valeva ieri oggi è cambiato. Le nostre abitudini, i nostri ritmi, i nostri pensieri sono rallentati così come le nostre vite. Attraverso questo lavoro, come dicevo prima, cerco un senso a tutto questo. Come se volessi esorcizzare la paura e l'incertezza, che è mia ma anche di tutti quanti. Vado alla ricerca di un gesto, di uno sguardo, di un momento che assuma i contorni che abbia dentro di sé un senso in cui tutti possono riconoscersi. Non sto ragionando da fotografo, ma da essere umano. Per me era importante farlo, al di là del sentirmi fortunato per il fatto di poter uscire. 

 

Stai anche partecipando a delle iniziative benefiche, come “100 fotografi per Bergamo”. Come è iniziato tutto e che risultati sperate di raggiungere?

 

100 fotografi per Bergamo è stato il nostro modo di dare un contributo. Ci si interroga spesso sulla reale utilità di quello che facciamo, su cosa possiamo fare perché gli sforzi non siano vani e servano a qualcosa. Ho avuto l'onore di essere coinvolto in questa iniziativa, ho messo a disposizione una mia fotografia e tutti insieme abbiamo raccolto 400.000 mila euro a favore degli ospedali di Bergamo. Credo che tutti dovremmo contribuire, a prescindere da ciò che facciamo. 

Cosa ti manca di più della Palermo prima della quarantena e come pensi la tua città stia reagendo a questa situazione?

 

Della Palermo prima della quarantena mi manca la città viva, la sua gente, il suo rumore di fondo che non smette mai. C'è un silenzio totalizzante e annichilente, che non ho mai sentito in città e spero francamente di non sentirlo più, perché è un silenzio carico di tensione. Mi manca la libertà di viaggiare, dei lunghi giri in macchina senza meta. Mi manca perdermi. Il mio orizzonte per adesso sono le finestre di casa. Posso varcare quelle, ma non andare tanto lontano. La gente sta reagendo bene. C'è tensione e c'è la paura, certo, ma anche tanta energia e voglia di ricominciare. Vorrei però che si ricominciasse non come siamo entrati in questo pandemonio. Vorrei che tutto, o quasi, fosse diverso, che fossimo più attenti al prossimo, più consapevoli, ma forse sono troppo idealista, anche se non smetto di sperare. 

 

Quale sarà la prima cosa che farai non appena sarà possibile uscire dalle nostre case?

 

Abbraccerò tutti quelli che incontro. Le persone a cui voglio bene. Questo è quello che farò non appena sarà possibile. 


 

© riproduzione riservata

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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