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Mussolini, il capobanda e Siracusa del 1937

2022-11-09 15:48

Mario Blancato

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Mussolini, il capobanda e Siracusa del 1937

Due libri, uno dalla penna di un giornalista, l'altro da quella di uno studioso siracusano, fanno chiarezza sulla figura di Benito Mussolini

Aldo Cazzullo, prestigioso giornalista e acuto osservatore del Corriere, ha scritto un libro, per molti versi inedito e allo stesso tempo esplicativo, nel senso che ha rafforzato quello che la storiografia seria ed illuminata ha sempre detto e pensato del personaggio Mussolini. Il titolo è già indicativo: "Mussolini il capobanda" (Mondadori, 2022). Il testo inizia con una citazione dello stesso Mussolini: “Se il fascismo è stato un’organizzazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere". Ipse dixit! 

Poi Cazzullo continua: “Cent’anni fa, proprio in questi stessi giorni, la nostra patria cadeva nelle mani di una banda di delinquenti, guidati da un uomo spietato e cattivo. Un uomo capace di tutto, persino di fare chiudere e morire in manicomio il proprio figlio e la donna che l’aveva messo al mondo”. Riferendosi all’infelice amore di Ida Dalser per il Duce, dalla cui passione nacque Benitino.

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Cazzullo smonta, da un punto di vista morale e criminale, la teoria che fino al 1938 Mussolini sia stato un buon governante. Poi però le leggi razziali, l’accordo con Hitler, l’entrata in guerra con un esercito sgangherato, che provocò 650.000 morti, avrebbe compromesso l’avvenire dell’Italia. Falso, dice Cazzullo. Mussolini è l’artefice e l’ispiratore di centinaia, forse migliaia di morti nel biennio rosso e dopo dal 1921 al 1924, quando migliaia di operai, braccianti e contadini, sotto indicazione del capo banda, furono massacrati, senza pietà, soprattutto nel Nord industriale e agrario. Centinaia di case del popolo, di Camere del lavoro distrutte, incendiate, rase al suolo, contadini uccisi da raid organizzati a tavolino dai vari Farinacci, Italo Balbo ed esecutori materiali, figli della manovalanza criminale, come Dùmini, che si presentava con queste parole: “Piacere, Dùmini, nove omicidi!”.

Delitti e crimini, di cui lui stesso si vantava. Ma non si limitò a uccidere e a impartire ordine per distruggere tutto ciò che aveva il sapore del socialismo o del comunismo. Con la stessa violenza fece massacrare centinaia di cattolici, di popolari, di sturziani, di appartenenti alle leghe bianche. Perfino i liberali caddero sotto le sue grinfie, almeno quei liberali, che non si piegarono alla sua violenza. Chi ammazzò personaggi del calibro di Matteotti, Piero Gobetti, morto in Francia per le percosse subite in Italia, Giovanni Amendola, liberale, padre di Giorgio Amendola, oppositore del fascismo? Chi ammazzò o fece ammazzare un prete, celebre per la sua umanità e il suo valore, come don Minzoni, oppure i fratelli azionisti Carlo e Nello Rosselli? Nel solo mese tra luglio e agosto del 1921 circa 221 amministrazioni di sinistra furono costrette a chiudere i loro municipi, perché le squadracce fasciste incendiarono anche i municipi, senza che il potere pubblico intervenisse.

La marcia su Roma non fu un fortunato azzardo, né un’avventata scommessa. Fu il frutto avvelenato di tre anni di violenze, la conseguenza di una campagna sistematica. La marcia su Roma fu studiata a tavolino, per costringere non solo il premier protempore – il giolittiano Luigi Facta - ma soprattutto il sovrano Vittorio Emanuele III a dare l’incarico di primo ministro a Mussolini e non ad Antonio Salandra, come pensavano in molti. Il re non volle dichiarare lo stato d’assedio, dinanzi a quella folla scatenata, fanatica e assatanata, pensando così di evitare una guerra civile. E questa fu la sua rovina. A partire da quel momento, i Savoia persero la dignità reale dinanzi alla storia e il popolo non perdonò loro questa compromissione: nel referendum del 1946 fu chiara ed esplicita la risposta del popolo italiano.

La vita sotto il fascismo era plumbea, ricorda Cazzullo, “servile e stupida” la definì Don Minzoni. La vita pubblica era mortificante e non era mai libera. Non si premiava il merito ma l’obbedienza. Gli italiani non erano tutti uguali. Quelli con la tessera di partito erano più uguali degli altri. Per non parlare di altre razze o etnie. Era un clima sempre oppressivo, conformista, segnato dalla censura, dalla violenza permanente, dalla rappresaglia. Non si faceva informazione, ma propaganda. Le cattive notizie erano abolite e la società rigidamente gerarchica. Da ricordare il giuramento forzato dei professori di Università: Concetto Marchesi, il grande latinista, giurò, su suggerimento di Togliatti, per non abbandonare i giovani solo ai professori fascisti.

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Anche nell’abbigliamento bisognava essere diversi. Tutto, dagli stivali al cappello, doveva essere nero, il colore della morte. Chi non dava figli alla patria (i celibi e gli omosessuali) dovevano pagare una tassa. La missione delle donne era quella della maternità. Per il resto Mussolini, fimminaru incallito, promosse una serie di norme, che è bene ricordare, contro le donne: potevano accedere agli uffici pubblici solo nella misura del 20%; alle funzioni direttive, al massimo, il 5%,; venne vietato alle donne di partecipare ai concorsi per diventare Presidi o direttrici delle scuole private; non potevano insegnare lettere nei licei e materie scientifiche negli istituti tecnici. Per non parlare del delitto d’onore, eliminato solo negli anni 1981. Lo stupro e l’incesto vennero considerati delitti contro la morale, non contro la persona e solo nel 1996 ci siamo liberati da questa vergogna. Si dice che Mussolini avesse debellato la mafia. Francesco Filippi, nel suo bel libro, "Mussolini ha fatto anche cose buone" (Bollati Boringhieri, 2019), invece ha dimostrato che la mafia fu silenziata, le estorsioni vennero chiamate rapine, gli omicidi delitti d’onore. Nel 1929 Mussolini dichiarò la sconfitta della mafia per merito di Cesare Mori, il "prefetto di ferro". La verità è che nessuno volle più parlare di mafia. Ma era viva e vegeta.

Un mito da sfatare è che i fascisti fossero onesti. Anche Renzo De Felice ha scritto: “A parole Mussolini era per un’intransigenza morale...questa regola in realtà la applicava ai pesci piccoli. Tutt’altro atteggiamento teneva, invece, nei casi più gravi, che riguardavano personalità in vista e che potevano suscitare scandalo!”. Tralasciando, poi, le aberranti notizie sulle leggi razziali, il cinismo di colui che voleva sedersi al tavolo dei vincitori, grazie a qualche migliaio di morti in guerra, la catastrofica guerra e la micidiale avventura in Russia. Avvenimenti, fatti di impreparazione, bullismo, mistificazione: il massacro di un popolo senza colpa. Leggendo il libro di Cazzullo, per me è stato inevitabile riprendere in mano il bellissimo libro di Pino di Silvestro, raffinato scrittore siracusano, deceduto di recente, "L’ora delle vipere" (Dalai Editore, 2007) in cui c’è la rappresentazione plastica di cosa fu il fascismo in Sicilia, quando nel 1937 Mussolini venne a Siracusa per una visita ispettiva. Il Duce era giò stato nel capoluogo aretuseo, nel 1924. E mentre fervevano i preparativi per la sua visita, saggi ginnici e parate militari si intrecciavano con i micidiali eventi della storia: la campagna d’Eritrea e la guerra civile in Spagna. Lo sfondo è composto dai gestori di botteghe di un grande mercato siracusano, animati per lo più da spirito antifascista, o meglio, di tiepido laissez faire, indifferenza tutta sicula, dovuta alle mille conquiste di invasori arabi, normanni, aragonesi, spagnoli o francesi.

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Nel romanzo compare la criminale guerra contro la libera e indifesa Eritrea del (1935 - 36). Tutto cominciò con l'ordine di Mussolini, scritto di proprio pugno (segreto n. 4696, “tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere uccisi”) e poi con l’uso dei gas nella guerra contro il povero esercito dei selvaggi (annoverato tra i crimini contro l’umanità), autorizzato dal gen. Graziani, che procedette senza indugio allo sterminio di tutti i soldati. Così l’impero di Ailé Selassié, il negus neghesti, fu smembrato, e l'Eritrea divenne colonia italiana, senza alcun beneficio per l’Italia. In compenso, però, venne proclamato l’impero di Roma rediviva.

A Siracusa ne parlavano, ma non sapevano dove si trovasse l'Eritrea. Una ragazzina pregava ogni mattina per la salute del Duce, ma i caporioni erano ignoranti, rozzi, feroci con i deboli, insignificanti con i potenti, recitavano a memoria le lodi del loro capo, fanatici, tonti, fieri del loro potere criminogeno. Cinque anarchici, in via precauzionale, erano stati incarcerati, per evitare pericoli alla vita del Duce. "Quando la nave che trasportava Mussolini, solcò l’acqua con due baffi di schiuma - scrive Di Silvestro – gonfia di superbia si infilò nel porto. Sulle banchine, lungo la marina, sugli spalti delle antiche mura un nero brulichìo  aspettava, assiepato e a onde si muoveva nel sudore dell’attesa, spasimando di vedere apparire il caìd, il Cid, il condottiero”. Fu così che davanti a Mussolini sfilò la meglio primavera di Siracusa: “Parevano archetipi di caricature, obesità turpi, stomaci villosi, sessi ripugnanti, culatte pregne, ernie crepate, fatiche riposate, romanamente salutando, mentre la marmaglia si spazientiva al sole che bruciava. Poi apparve lui, vestito di bianco e un braccio speso nel saluto. Quando la folla lo capì emise un boato immenso, un urlo cupo”. Il tempo di farsi vedere con tutti i suoi caporioni, gerarchi e gerarchetti, deferenti e silenziosi, qualche parola al prefetto, un bagno ad usum admirationis, e poi il momento del saluto di commiato, tra fasci posticci e aquile di carta.

Il romanzo di Pino di Silvestro si addentra poi negli anni di fame, della mobilitazione generale della guerra maledetta, infine della liberazione della Sicilia nel 1943 da parte del contingente inglese. Ma la Siracusa del ventennio era esattamente lo specchio di quel clima plumbeo e grigio del fascismo, che oggi ci appare ridicolo e tragico allo stesso tempo.

 

 

 

©riproduzione riservata 

Testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Siracusa. Numero di iscrizione 01/10 del 4 gennaio 2010

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